missione settembre 2017

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La missione di settembre, nonostante la situazione sempre difficile della Rep. Dem. del Congo e delle zone al confine con il Ruanda e Burundi, si è conclusa con molta soddisfazione, data dalla certezza dell’importanza del nostro intervento negli anni.

I bambini

A Uvira i bambini ci aspettavano con impazienza. Tutti i giorni chiedevano a Furaha, la nostra corrispondente, quando saremmo arrivati.
Come si può immaginare, l’accoglienza è sempre calorosa, commovente, felice.
I bambini stanno bene. Si vede chiaramente il lavoro realizzato in questi anni. La scuola, l’assistenza sanitaria, l’educazione all’igiene, l’educazione alimentare hanno dato i loro frutti.
Tutti vanno meglio a scuola, ci sono meno bocciature, si ammalano meno.

Ci sono ancora famiglie in grande difficoltà che richiedono interventi importanti: sono quelle composte da una anziana adulta di riferimento, non più in grado di occuparsi dei bambini che le sono stati lasciati; quelle dove la miseria è tale che ha inebetito la capacità di ripresa; quelle dove la malattia si accanisce azzerando le speranze.
Queste famiglie vengono seguite una ad una con interventi mirati, volti a garantire il miglior sostegno a tutti i componenti.
Per loro ricostruiamo baracche distrutte dalla pioggia, rifacciamo tetti, predisponiamo piccoli sussidi continuativi, forniamo assistenza sanitaria intensiva.
Ma queste famiglie sono sempre di meno e sempre con meno bisogni, rispetto all’intero gruppo che sosteniamo.

Il Microcredito

Per le mamme più in gamba utilizziamo con sempre più efficacia il Microcredito.  Abbiamo 4 punti di erogazione, gestiti due da comitati scolastici e due dalle suore.
Le mamme che accedono al microcredito ricevono la formazione al lavoro che contempla criteri per la
scelta dell’attività, la gestione del denaro e del lavoro. Molte mamme sono analfabete, le formiamo con rappresentazioni teatrali, con esempi pratici, con il trasferimento di esperienze da una all’altra.
Se non intervengono gravi sciagure, le mamme restituiscono il denaro con un piccolo interesse. Appena si riforma un tesoretto, altre mamme possono accedere. Questo permette di migliorare le condizioni di vita di molte famiglie.
Quest’anno abbiamo aperto il microcredito anche a ragazzi che intendono iniziare un’attività in proprio.
Jean Amissi, per esempio, desidera aprire una bottega di copisteria. Ha il computer per scrivere e fare copie, ma manca l’elettricità e non può lavorare. Con un prestito di 100 dollari può comperare un generatore usato in buono stato per produrre elettricità. Restituirà mensilmente 10 dollari.

Le ragazze della scuola di sartoria e della scuola di recupero

Per quasi 10 anni abbiamo sostenuto 40 ragazze l’anno alla scuola di alfabetizzazione e di sartoria di Uvira. Alcune di loro si sono diplomate e ora lavorano come sarte.
Quest’anno, a causa delle nostre ridotte disponibilità finanziarie, siamo scesi a 25 ragazze. Ma non vogliamo rinunciare a questo progetto perché, ci siamo resi conto, che la scuola di sartoria è l’unica protezione e possibilità di riscatto che queste ragazze, rifiutate e abusate, quasi tutte madri, trovano nella cittadina congolese.
Durante la missione, il denaro risparmiato dalle cure sanitarie, ci ha consentito di acquistare 14 macchine da cucire, 15 sedie e due grandi tavoli per il laboratorio della scuola delle ragazze emarginate. Tutte le ragazzine potranno apprendere e fare pratica in modo più efficace. Stiamo adesso raccogliendo i fondi per costruire una nuova grande sala per allestire un atelier che favorisca la pratica professionale.

Anche quest’anno ci siamo occupati delle ragazzine che arrivano alla Missione per frequentare la scuola di recupero per ottenere la licenza elementare. Sono tutte ragazze dai 12 ai 20 anni molto povere ed emarginate che però cercano ancora un riscatto alla loro sfortunata vita.
Ogni anno sono circa una ventina. Offriamo la retta scolastica e il materiale di consumo per frequentare corsi intensivi delle classi elementari, due anni in uno. In tre anni possono sostenere l’esame di stato ed avere la licenza elementare. Agli esami sono tutte promosse a pieni voti.

La scuola di Lurhonda

Durante la nostra permanenza siamo anche riusciti a raggiungere il villaggio di Lurhonda, dove da 5 anni consecutivi, sosteniamo la scuola e i bambini che la frequentano.
La prossima estate abbiamo già predisposto di far posare un pavimento in cemento nelle aule scolastiche, per combattere la Tungia che ancora affligge il villaggio.
Mentre gli insegnanti e due nostri ragazzi distribuivano i materiali nelle classi, ha preso il via la festa dell’acqua che abbiamo portato un anno fa’ al villaggio. Il nuovissimo rubinetto, proprietà della scuola, è protetto da una cassa di legno dipinta di bianco con l’indicazione “dono di children onlus” scritta in vernice blu. E’ chiuso a chiave e viene aperto ad orario per evitare abusi nel prelievo, troppo costosi per la scuola, che deve pagare l’acqua usata e provvedere alla manutenzione dei tubi e del rubinetto stesso. C’era poca pressione perché non pioveva da giorni, ma le mamme sono accorse per rifornirsi con i loro bidoni gialli, una lavava un bambino in una bacinella, i bambini venivano a bere. Li abbiamo tutti radunati con le loro tazze blu attorno al rubinetto per fotografarli. Ed è diventata una festa.

Ai saluti abbiamo ricevuto in dono banane ed avocado in quantità esagerata. I ragazzi che ci hanno accompagnati, l’autista, le suore di due conventi hanno banchettato, benedicendo questa inaspettata abbondanza di frutta che nella povera economia non viene normalmente acquistata.
Per me un dono personale: un terribile bastone con inciso il mio nome, per aiutarmi nella problematica arrampicata.
Mentre eravamo in missione a Lurhonda e soggiornavamo a Bukavo alla sera è arrivata una bella scossa di terremoto di magnitudo 4,9 con epicentro vicino alla città. Eravamo a tavola, in refettorio. Tutti si sono rifugiati sotto il tavolo, io, spaventatissima, sono restata al tavolo, paralizzata, aspettando che cadesse la casa, cosa che per fortuna non è avvenuta.

                         

Vita difficile

Purtroppo anche il ritorno da Bukavu (dove ci fermiamo quando andiamo a Lurhonda) a Uvira è stato funestato da un altro episodio terribile. Al confine tra Ruanda e Congo i militari congolesi hanno aperto il fuoco su un gruppo di rifugiati burundesi, appartenente al gruppo politico/religioso Eusebia, che, in rotta con il governo del Burundi, si è rifugiato in Congo e ha praticamente occupato Kamanyola, la città al confine. Sembra che il gruppo stava protestando contro l’arresto di due suoi seguaci e abbia minacciato e poi ucciso uno dei militari che erano intervenuti a controllare la manifestazione. I militari hanno quindi aperto il fuoco sulla folla. E’ stato un massacro: non ci sono fonti ufficiali ma sembra che una quarantina o più di persone, tra cui anche donne e bambini, sono state uccise e un centinaio sono rimaste ferite.
La frontiera è stata chiusa e abbiamo dovuto ritardare la nostra partenza.
Due giorni dopo la frontiera è stata riaperta con il presidio ONU ma la strada principale, che dal posto di frontiera attraversa Kamanyola, era occupata da centinaia di burundesi in angoscioso silenzio. Ci hanno deviato su piste limitrofe, frequentate da qualche capra isolata. Colpivano l’immobilità ed il silenzio incredulo che regnava nel villaggio, per solito rumoroso ed attivo.

Ma le avventure non sono finite qui. Nell’ultima settimana di settembre, mentre eravamo tornati ad Uvira, un gruppo ribelle, i Mai Mai, marciavano verso la città. Avevano già preso senza problemi i villaggi che incontravano sul cammino, ora si trovavano nei pressi di Uvira, arrivando dal lago e dalle montagne alle spalle della cittadina. Uvira si trova a pochi km dal Burundi e dal Ruanda, sul lago Tanganica ed è sede di esercito regolare e ci sono le caserme dell’ONU. La zona è politicamente instabile da molti anni, i profughi passano a turno da uno Stato all’altro, come i ribelli. Sono gruppi di varia composizione, arruolati per fame, per vendetta, perché senza famiglia. Per interessi immediati, raramente per ideali politici. Tra questi, il gruppo più rispettato dalla popolazione, e comunque non meno violento, è quello dei Mai Mai, sorta di difensori della patria che usano la magia per difendersi dalle armi nemiche.
Si è sparato moltissimo per tre giorni, ci sono stati molti morti di cui si è celata l’entità. Poi, con tutte le strade presidiate da militari, è tornata la calma.
Mentre ci sono gli scontri, la gente è tappata negli alloggi, non circola nessuno, qui la gente mangia solo la sera, quello che è riuscita a trovare durante il giorno, se c’è riuscita. Quando per più giorni non si trova cibo, la fame consiglia assalti ai posti che si ritiene ne abbiano: magazzini, conventi, sedi di Ong.
Allora la situazione diventa esplosiva. Nella furia del saccheggio non si usano riguardi, si ruba tutto e si sfoga la rabbia anche sulle persone considerate privilegiate.
E noi come bianchi, eravamo un rischio sia per noi stessi che per il convento che ci ospitava.
Per fortuna non siamo arrivati a questo, i disordini sono finiti prima.
Dopo due giorni di calma, la domenica del 1 ottobre, siamo partiti verso il Burundi velocemente e senza incidenti.
Gran respiro di sollievo appena passata la frontiera. Eravamo in salvo!

Nonostante i miglioramenti quindi la vita rimane difficile e insicura per tutti anche per i nostri sostenuti.
Anche qui la voglia di partire per l’occidente è grande e, nel corso degli anni, ho sentito spesso di persone che senza essere profughi cercano accoglienza nei campi di rifugiati. Me lo spiegavo con la certezza del cibo e delle cure mediche. Anche. Ma ho scoperto che il vero motivo è il tentativo di essere trasferiti in Europa o, meglio ancora, negli Stati Uniti con il nobile e redditizio statuto di rifugiati politici. La scoperta è dovuta allo spostamento in un campo di un ragazzo che abbiamo sostenuto dalle classi elementari fino al diploma di falegname. Qui viveva con la famiglia: la madre, una sorella handicappata ed una nipotina; aveva un lavoro, anche se mal pagato; poteva cercare di migliorare. Ma a vent’anni con l’esodo in corso verso l’Europa ed il sogno di una vita comoda e facile, è difficile accontentarsi. Così si è recato nel campo profughi di Buvagiriza, allestito per i congolesi. Il miraggio di entrare nella ricchezza senza sforzo, dalla porta principale, senza odissee, rischi e rifiuti.
Dopo qualche tempo, la quasi totalità dei rifugiati, veri e finti, svuota i campi e torna a casa. Questa volta non è andata. Ci proveranno ancora, al prossimo massacro che non mancherà di arrivare. C’è sempre qualche campo profughi per accogliere i disgraziati fuggitivi. In Congo per i Burundesi, in Burundi per i Congolesi, in Uganda per i Congolesi…

Si dice aiutiamoli a casa loro, a Uvira ci sono tante ong e progetti di cooperazione internazionale e noi nel nostro piccolo cerchiamo di piantare un seme, con il nostro impegno e il vostro sostegno.